Roma – Nonostante la drammatica estate appena trascorsa, la crisi climatica stenta a riprendere centralità nel dibattito politico internazionale. Negli Stati Uniti il cambio di direzione è esplicito, con petrolio, gas e carbone tornati al centro della strategia energetica federale e una contestazione delle politiche climatiche che arriva a mettere in discussione la stessa necessità della transizione. Per le imprese seguire questa oscillazione sarebbe un errore: piani industriali, impianti, tecnologie e filiere hanno orizzonti di anni o decenni, mentre gli effetti del cambiamento climatico incidono già su costi, approvvigionamenti e continuità operativa. È il monito lanciato oggi da Riccardo Giovannini, CEO e co-founder di iSustainability, al Talent Garden di Roma durante “Terapie di sistema: innovare con la sostenibilità per orientare il mercato”, evento dedicato al confronto tra imprese sui temi della sostenibilità, con la partecipazione di Carlo Mussi, Responsabile Risk, Compliance & Sustainability di ACEA Ambiente, e Dino Menichetti, General Manager di Dachser & Fercam. “Il clima è progressivamente uscito dal dibattito pubblico e ancora oggi, a valle dell’estate più calda di sempre alle nostre latitudini, assistiamo al ritorno di posizioni negazioniste che arrivano a mettere in discussione evidenze scientifiche consolidate”, afferma Giovannini. “Le imprese programmano investimenti che durano dieci o vent’anni e devono guardare oltre la stagione politica. Transizione energetica, efficienza, resilienza delle filiere e gestione dei rischi climatici restano questioni industriali e incidono sulla capacità di competere”. Se gli effetti della crisi climatica sono infatti già arrivati, la capacità di risposta delle imprese resta disomogenea. Secondo l’analisi “La Terza Via della Sostenibilità 2026”, realizzata da iSustainability su un campione di 96 aziende italiane, quasi un’azienda su due, il 49%, dichiara di avere già subito negli ultimi due anni impatti climatici con conseguenze operative o economiche. A fronte di questa esposizione, il 31% ha già realizzato investimenti specifici in adattamento. La quota sale al 45% includendo quelli programmati nei prossimi 12-24 mesi, mentre il 29% non ha alcun intervento previsto. Tra le aziende che hanno già sperimentato impatti diretti, la percentuale di quelle che hanno reagito investendo raggiunge invece il 57,4%: l’esperienza del danno accelera quindi la risposta, senza renderla ancora sistematica. “Questi numeri mostrano con chiarezza dove si concentra oggi una delle principali fragilità”, osserva Giovannini. “Il clima ha già prodotto effetti concreti su una parte rilevante delle imprese, mentre gli investimenti in adattamento restano molto più limitati. È un tema che deve entrare stabilmente nelle strategie aziendali, perché riguarda la capacità di affrontare rischi che sono già presenti e che accompagneranno le imprese nei prossimi anni”. Lo stesso scarto emerge dall’EIB Investment Survey 2025 della Banca europea per gli investimenti. Il 69% delle imprese italiane dichiara di avere adottato misure per la resilienza climatica, ma spesso solo attraverso coperture assicurative; solo il 17% investe in soluzioni specifiche per ridurre l’esposizione ai rischi fisici e il 18% dispone di una strategia di adattamento. “Il rischio è che l’adattamento venga affrontato soltanto quando il danno si è già manifestato”, aggiunge Giovannini. “Per questo serve riportare il clima dentro le decisioni di lungo periodo delle aziende. La politica può cambiare direzione rapidamente; l’esposizione ai rischi climatici e gli investimenti necessari per affrontarli hanno tempi molto più lunghi”. I dati sugli investimenti confermano tuttavia che la transizione continua a pesare nelle scelte delle imprese e nei flussi di capitale. “Nella nostra ricerca il 77% delle aziende ha mantenuto invariati i propri programmi di investimento in sostenibilità e il 67% la considera una leva di competitività e innovazione”, conclude Giovannini. “Su scala globale, la IEA stima per il 2026 3.400 miliardi di dollari di investimenti energetici: 2.200 miliardi in tecnologie e infrastrutture energetiche pulite e 1.200 miliardi in petrolio, gas e carbone. I fossili continuano quindi a muovere capitali enormi, ma la quota maggiore degli investimenti va già verso tecnologie e infrastrutture della transizione. Per le imprese significa che energia, innovazione e competitività continueranno a cambiare ben oltre l’attuale stagione politica”.(imprese-lavoro.com)
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