La rivincita del Sud

La rivincita del Sud

Milano – (…) Per la prima volta nella storia dell’Italia unita – scrive Il Corriere Della Sera – certi distretti del Sud sono posizionati meglio nelle catene internazionali del valore di certi distretti del Centro-Nord. Questi ultimi sono tradizionalmente legati alla meccanica, all’auto, all’integrazione analogica con una Germania che rallenta. I distretti più produttivi del Sud invece sono relativamente più concentrati nei settori ad alta crescita di questo secolo: digitale, aerospazio, farmaceutica, semiconduttori, tecnologie verdi (anche qui, con dei distinguo). E poi c’è un fatto che mi fa ripensare al libro di Thomas Friedman del 2005 «The World is Flat» («Il mondo è piatto»). Fu l’equivalente della «fine della storia» di Francis Fukuyama, applicata al commercio e alle tecnologie. L’idea di Friedman era che ormai l’economia internazionale fosse ormai un campo da gioco senza attriti, dove sarebbe stato ovvio per un americano avere il radiologo di fiducia a Bangalore (oggi Bengaluru) e il sarto a Shanghai. Oggi quella tesi fa tenerezza, nell’era di Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping. Ma se il mondo non è più piatto, l’Italia invece lo è. E una bella fetta del mondo delle Information and Communication Technologies delle aziende del Nord Italia – e non solo – si trasferisce verso Sud a cercare bassi costi. Ma anche competenze elevate. Vediamo. (…) Il rapporto della presidenza del Consiglio sulla Zona economica speciale unica del Mezzogiorno nel 2024 stima che negli ultimi anni solo a Bari 16 multinazionali delle tecnologie dell’informazione hanno contribuito a creare cinquemila nuovi posti. Su elettronica e digitale la Campania ha ormai 91 mila addetti, la Puglia 57 mila e la Sicilia 50.500. La Calabria è più indietro (19 mila addetti), ma nella sede di Rende della sua università ha accettato una posizione di ruolo nel 2023, lasciando Oxford, Georg Gottlob: studioso austriaco di data center per l’intelligenza artificiale, Gottlob sta attraendo attorno a sé studenti e iniziative che si solito non si immaginano nella provincia di Cosenza. Questi fenomeni si vedono anche nei dati. Uno studio di pochi mesi fa di Antonio Accetturo, Emanuele Ciani, Sauro Mocetti e Andrea Petrella della Banca d’Italia mostra che dal 2014 l’intero settore delle tecnologie digitali è cresciuto nettamente più nel Mezzogiorno che nelle medie italiane, trainato da Napoli, Bari e Catania (qui sotto il grafico). Giorgio Ventre, direttore scientifico della Apple Developer Academy di Napoli e professore di informatica all’università Federico II in città, non è convinto del modello dell’Italia “piatta”: se sono solo i bassi costi a portare a Sud gli investimenti tecnologici immateriali – osserva – questi se ne andranno in Albania o in Moldova non appena il calcolo delle convenienze cambierà con il prossimo allargamento dell’Unione europea. È già successo con i call center, un business di competenze e valore aggiunto più bassi, un decennio fa: si erano addensati in Calabria perché costava meno, ma si è tutto squagliato non appena Tirana o la Romania hanno offerto ai gruppi del Nord Italia soluzioni a prezzi ancora più stracciati. Ventre insiste dunque che, per durare, la traiettoria ascendente del Mezzogiorno ha bisogno di competenze e start up attorno alle università. A Bari, Catania e Napoli sta accadendo. La Apple Academy dentro la Federico II è una delle poche che il gruppo di Cupertino finanzia (le altre sono a Riad, in Indonesia, Corea del Sud e Brasile). Apple vuole formare sviluppatori di app che facciano prosperare i sistemi per i quali occorre avere uno smartphone. Ma, tutto interno, l’intero tessuto produttivo di Napoli sta reagendo. Deloitte ha lanciato un polo di consulenza e sviluppo software da quasi 700 addetti a Capodichino, Accenture un centro per la cybersecurity in città, Cisco un “Digital Transformation Lab” nella Federico II. Soprattutto – secondo un recente studio di Teha, il think tank – la Campania nel 2025 è seconda in Italia dopo la Lombardia per numero di start up innovative. (…) Non ci sono solo l’ecosistema attorno all’università e impianto di semiconduttori di Catania; né solo la gigafactory 3Sun di pannelli fotovoltaici della Sicilia orientale (che però non può competere sui costi con la Cina) e l’esplosione dell’export farmaceutico da Molise, Calabria, Abruzzo e Campania. Dal 2019 al 2024 – secondo Teha – la crescita dell’export dal Nord è del 25%, dal Mezzogiorno del 34% (certo da livelli molto più bassi). C’è soprattutto una certa febbre imprenditoriale nelle nuove isole di sviluppo del Sud, meno appesantite dall’eredità dei distretti della meccanica tradizionale. La Caffè Borbone di Napoli è nata in una bottega di Napoli una generazione fa, ma dal 2017 ha più che triplicato i fatturati ben oltre i 300 milioni di euro. La Medspa (cosmetici “Miamo”) ha fatto lo stesso nel 2006 e ha più che quintuplicato i fatturati a oltre 40 milioni fra il 2019 e il 2024. (…) C’è tanta spesa pubblica nella recente crescita del Sud e non sarà facilmente replicabile. Probabilmente non ha senso che lo sia. Con un terzo della popolazione e poco più di un quinto del fatturato italiano, il Mezzogiorno ha beneficiato del 40% dei fondi del Piano nazionale di ripresa da 194 miliardi: certe regioni del Sud ricevono finanziamenti pari a oltre il 50% del loro prodotto lordo. La spesa per il Superbonus e bonus facciate al Sud è stata parossistica – la Calabria in certi anni ha decuplicato le ristrutturazioni immobiliari – ed è da lì che viene molto dell’aumento dell’occupazione. La creazione di una Zona economica speciale ha poi accelerato moltissimo le autorizzazioni di progetti al Sud; ma ora il coordinatore della Zes Giosy Romano, un tecnico molto capace, è stato sostituito a Palazzo Chigi da un ex sindacalista di carriera come Luigi Sbarra. (…)