Cibus Forum: 6 proposte per il futuro sostenibile dell’olio italiano – 3

Parma – I tre pilastri dello studio: Nutrizione e salute (Il più alto tasso di biodiversità olivicola al mondo, unita alla varietà di ecosistemi naturali e al patrimonio tecnologico dell’industria di trasformazione, rendono l’olio extra vergine d’oliva italiano potenzialmente primo al mondo per qualità, gusto e proprietà nutraceutiche. Il prodotto non solo è alla base della dieta mediterranea – tra le più salutari al mondo – ma è anche ricco di elementi come polifenoli, acido oleico e vitamina E che, oltre a definirne il profilo organolettico, consentono di prevenire tumori, diabete, patologie cardiovascolari e deficit cognitivi. Per questa ragione, quando la diffusione di una cultura alimentare sana diventa una sfida nutrizionale prioritaria a livello globale, l’olio extra vergine di oliva di alta qualità può giocare un ruolo da protagonista. Ciononostante, il mondo si divide in due tipologie di consumatori di olio d’oliva. Coloro che, interessati al profilo salutistico nutrizionale del prodotto, ne domandano sempre maggiori quantità e quelli che, guidati per lo più da prezzo e convenienza, ne riducono progressivamente il consumo); Economia e valore (La filiera olivicolo-olearia ricopre un ruolo di primo piano nel contesto del settore agroalimentare nazionale. L’Italia è 2a al mondo per produzione ed esportazioni di olio d’oliva e 1a per consumo pro-capite. I risultati economici della filiera dipendono specialmente dalle performance del segmento industriale che contribuisce al 70% del fatturato, traendo vantaggio anche dalla capacità di valorizzare diversi prodotti e sottoprodotti, dalle olive da tavola alla sansa e i suoi lavorati. Eppure, il calo della produzione rispetto al 1990 (-36%) testimonia alcuni importanti limiti strutturali e organizzativi alla competitività della nostra filiera, oltre che di una scarsa percezione del valore del prodotto da parte dei consumatori. Il settore olivicolo-oleario presenta una distribuzione disomogenea del valore generato tra i suoi attori e, la maggior parte delle imprese, registrano una marginalità ridotta. Ciò è particolarmente evidente nell’olivicoltura, troppo votata ad un approccio tradizionale poco meccanizzato, ma anche nella prima trasformazione, spesso orientata a massimizzare i profitti concentrandosi più sui volumi che sulla qualità, e nell’imbottigliamento, la cui attività è fortemente influenza dalla competizione sui prezzi); Ambiente e territorio (L’olivicoltura genera diversi impatti positivi sull’ambiente naturale e sul territorio in cui si colloca. La pianta d’olivo è infatti in grado di sequestrare CO2 dall’atmosfera stoccando carbonio nel terreno in quantità tali da avvicinare la filiera ad azzerare le proprie emissioni complessive. Si tratta di una coltivazione con un fabbisogno idrico ridotto, capace di adattarsi all’interno di ecosistemi molto diversi e che gode di una natura multifunzionale che costituisce un patrimonio sociale, culturale e turistico di grande valore per le aree geografiche votate all’olivicoltura. L’agroalimentare può rappresentare una chiave di volta quando si riflette sugli impatti ambientali delle attività umane, non solo sul versante produttivo, ma anche su quello dei consumi. Le tecniche adottate in campo, così come le scelte dei consumatori a tavola, possono portare a scenari d’impatto molto diversi fra loro. In questo contesto, l’olio d’oliva e la sua filiera custodiscono un enorme potenziale, grazie alla varietà di soluzioni che ciascun attore può mettere in campo per mitigare l’impronta complessiva, già piuttosto contenuta, di una bottiglia di olio extra vergine d’oliva).