La solitudine dei rider, come vivono, quanto guadagnano

La solitudine dei rider, come vivono, quanto guadagnano

Roma – Maurizio Minnucci su Rassegna Sindacale racconta il mondo dei giovanissimi rider che sfrecciano in bicicletta per portarci del cibo caldo a casa. Sono ragazzi che forse non si ricordano neanche più dei call center. Forse li hanno visti in un film negli archivi di Netflix o ascoltati in una canzone di Calcutta (“mi richiamerai da un call center”, grida lui alla ragazza che l’ha mollato e non vedrà mai più). Quel vecchio simbolo della precarietà è praticamente in via d’estinzione, delocalizzato in blocco in Albania e in Romania, dove si parla bene la nostra lingua e il lavoro costa meno che da noi. In questa gara al ribasso dei diritti, nel fantastico mondo della gig economy che ci ostiniamo a pensare “avanzato”, i ragazzi e le ragazze dei call center si stanno trasformando nei rider. Ma quando siamo costretti a usare parole anglosassoni per indicare ciò che sta accadendo, bisogna stare attenti alle fregature, esattamente come all’inizio degli anni Duemila con i call center (chi li ha mai definiti “centri di chiamate”?), o come è successo con la riforma del lavoro quando l’hanno chiamata Jobs Act. Proviamo allora qui a fare un po’ di chiarezza su cosa significhi fare il rider in Italia partendo da una situazione che per il sindacato ha un ostacolo in più rispetto al recente passato. Se infatti i call center sono grandi centri di aggregazione – e perciò è un po’ più facile trovare e difendere quei lavoratori – i ciclofattorini vivono un’inedita solitudine: non hanno un capo con cui parlare, né un collega per confrontarsi, nel perenne timore di denunciare le situazioni di sfruttamento perché metterli alla porta è facilissimo, non avendo un contratto da dipendenti. Sta tutta qui la difficoltà nell’intercettarli. La richiesta base dei rider è un compenso minimo agganciato ai contratti nazionali che abbia una base oraria e non solo a cottimo. Ma sinora quel tavolo non ha portato ad alcun risultato concreto, a riprova di quanto la realtà sia ben più complicata degli annunci. L’ennesima dimostrazione arriva dal caso Glovo che, nell’inglobare una sua diretta concorrente, Foodora, ha deciso di lasciare a casa di punto in bianco circa duemila ciclofattorini. Se ne sta occupando attivamente il Nidil Cgil di Firenze, come spiega Ilaria Lani: “Qui abbiamo circa duecento persone colpite da questa decisione che, per noi, è un licenziamento vero e proprio, anche se sulla carta questi lavoratori sarebbero autonomi e non subordinati. Ma è evidente che non è così”. Ma quanto guadagna un rider? Una storia simile arriva da Bergamo. Ce la racconta Francesco Chiesa, giovane sindacalista anche lui di Nidil. “Quando è arrivata Deliveroo in città, a novembre dell’anno scorso, mi sono subito iscritto, ho mandato il curriculum e mi hanno chiamato. Ho partecipato al corso, mi sono fatto spiegare come funzionava e ho fatto qualche consegna, anche per vedere il contratto. Poi a giugno è partita la nostra campagna ‘Delivery your rights’. Siamo andati in giro in bici con uno zaino simile a quello di Deliveroo, durante le pause pranzo e le consegne serali, per incontrare i rider e invitarli a un evento che abbiamo fatto in collaborazione con il Comune di Bergamo”. Francesco ci spiega anche che le condizioni economiche stanno peggiorando: “Prima si guadagnavano 7 euro fissi l’ora più un euro a consegna. All’inizio erano in pochi a fare questo mestiere e si arrivava a 800-900 euro al mese. Adesso sono passati tutti a un fisso di 5 euro a consegna, completamente a cottimo. Anzi, in realtà quei 5 euro non sono nemmeno fissi, si varia dai 2 ai 7-8 euro in base alla distanza”.