Fascicolo Unico di Fabbricato: la proposta di Cgil e professionisti

Roma – In Italia se ne cominciò a parlare nel secolo scorso, quando a Roma – era il 1998 – crollò la palazzina di Vigna jacobini, facendo 38 vittime, e da allora se ne riparla ogni volta che crolla un edificio sotto i colpi di un terremoto, di un fiume di acqua e fango o di altri eventi traumatici…ma in Italia il Fascicolo Unico di Fabbricato resta a tutt’oggi ancora un miraggio. La Fillea Cgil da anni insiste sulla necessità di introdurre questa “carta di identità” degli edifici ei a Napoli, dopo un lungo lavoro di relazione e confronto con le Associazioni Professionali, ha presentato nel corso di un Convegno Nazionale una proposta organica, chiedendo alle Istituzioni di passare dal dire al fare, come ha ricordato Ermira Behri, segretaria nazionale degli edili Cgil nella sua relazione “a livello nazionale ci sono stati vari disegni di legge sull’istituzione del fascicolo del fabbricato, il cui iter si è sempre interrotto, pertanto a livello nazionale non esiste alcun obbligo di dotazione di fascicolo del fabbricato.” A livello territoriale, sono stati fatti tentativi da parte di alcune Regioni “ per provare a rendere obbligatoria una qualche forma di documentazione propedeutica alla certificazione sismica e la messa in sicurezza degli edifici, senza tuttavia avere successo. Parliamo ad esempio di Lazio, Campania, Emilia Romagna, Basilicata, Calabria. Ognuna di queste Regioni ha avuto un percorso proprio, molto spesso accidentato a causa di alcune sentenze di incostituzionalità delle Leggi emanate, e di fatto in nessuna di queste Regioni c’è attualmente un quadro chiaro e definitivo sull’argomento” (…). I numeri parlano chiaro, e gridano vendetta: in uno scenario dove l’81% dei comuni italiani è in aree ad alta criticità idrogeologica e quasi il 67% della popolazione risiede in zone a rischio sismico “oltre l’80% degli edifici pubblici è risalente a prima dell’introduzione delle norme tecniche del 2000 ed il 56% a prima degli anni ’70” prosegue Ermira Behri “si stima che oltre 100 mila siano gli alloggi a rischio rientranti nell’edilizia storica nelle grandi città; oltre 400 mila gli alloggi a rischio rientranti nell’edilizia storica nel resto del territorio nazionale e sono circa 800 mila gli edifici con più di 40 anni di vita. A questi andrebbero aggiunti gli edifici caratterizzati da degrado per ragioni costruttive (boom edilizio anni ‘60 e ‘70, edifici abusivi multipiano, costruzioni concepite in funzione della speculazione edilizia a discapito della qualità dei materiali) per altri 2 milioni circa di unità abitative. Non sono quindi più a rischio solo gli edifici storici ma anche quelli contemporanei, che invecchiano molto prima”. – (imprese-lavoro.com)