Cgil: Trump, il populismo e gli errori dell’Europa

Roma – E’ il responsabile delle politiche internazionali della Cgil Fausto Durante, interpellato da Rassegna Sindacale, a dare i primi giudizi sull’elezione di Trump. “Quando i democratici e i repubblicani stavano scegliendo i loro candidati, i sondaggisti avvertirono che Hillary Clinton avrebbe potuto anche perdere contro Trump, mentre Bern Sanders avrebbe avuto più chance di prevalere. Quindi non era poi un possibilità così remota”. Certo, ora è arrivato il momento di analizzare quello che è successo. E cercare di capire come “un candidato così mediocre, violento, xenofobo e con posizioni tanto protezioniste e improntate a un liberismo sfrenato” sia potuto diventare presidente degli Stati Uniti. Secondo Durante è una domanda che “bisogna porsi un po’ tutti”, perché si tratta del segnale lampante di un “fenomeno epocale e grave”. “Le elezioni americane si vanno infatti a sommare alla Brexit e alla crisi dei partiti tradizionali in tutto l’Occidente. In altre epoche, personaggi come Trump, Farage in Gran Bretagna e Marine Le Pen in Francia, sarebbero stati marginali e minoritari. Mentre ora sono protagonisti della politica mondiale e mettono in crisi le basi della nostra convivenza civile. Tutto ciò ci dice chiaramente che le risposte alla crisi che sono state finora elaborate dalle forze progressiste in Europa e in America non sono state abbastanza incisive. E che non sono state capite da una larga fetta di popolazione che è in difficoltà, tanto nelle periferie delle grandi metropoli quanto nel profondo delle campagne dimenticate”. Una delle responsabilità principali della vittoria di Trump, tra l’altro, dovrebbe essere cercata proprio al di qua dell’Atlantico. Nell’irresponsabilità dell’Unione europea e delle sue politiche economiche di austerità. Le posizioni protezioniste di Trump hanno fatto breccia tra gli elettori americani. “Se non si contribuisce all’espansione dell’economia globale – afferma Danilo Barbi, segretario confederale –, ma si pensa solo all’austerità con l’obiettivo di esportare di più, si crea inevitabilmente un disordine mondiale dal quale è emersa prepotente l’ombra di Trump”. Questo mette in discussione anche la politica economica di Barack Obama, “che ha sì ridotto la disoccupazione in America, ma non è stata sufficiente, visto che la massa salariale americana è calata dell’8% dall’inizio della crisi. Tutto questo, in un paese in cui la sicurezza sociale è legata esclusivamente al salario. Ad oggi 30 milioni di americani hanno perso la casa di proprietà e guadagnano di meno, dunque hanno inevitabilmente prevalso il rancore e la paura”.